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giugno 28, 2011

Transvalutazioni biologiche

Filed under: filosofia — iebitas @ 8:08 am
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Molti sostengono (giustamente a mio avviso) che, nella chirurgia estetica, non è il corpo “inorganicizzarsi”, a divenire in parte extraorganico, a farsi “cosa”, ma è il silicone “vivificarsi” -a prendere vita, a spiritualizzarsi, a farsi concettualmente organico.

Ora, questa idea che impianti extra-organici possano essere introiettati nell’individualità di una persona non trova forse la sua radice nell’intervento medico (tipo pace-maker) orientato appunto a impiantare in un corpo un surrugato, un sostituto inorganico di una parte di esso? Non è stata necessaria -forse a livello inconscio- un operazione culturale che stabilisse “l’assimabilità” (dico a livello simbolico) di dei surrogati inorganici  per una sostituzione di parti del corpo ?

Non si tratta, intendo dire, di mera possibilità tecnica: se una donna si fa impiantare delle protesi di silicone al seno è anche perché questo genere di atti ha subito una codifica sociale, sancendo “l’organicità in potenza” di certi materiali inorganici.

In sostanza, l’idea “medica” che una il corpo umano sia costituito da parti all’occorrenza sostituibili non può aver preparato una sovrastruttura giustificatoria per la chirurgia estetica?

4 commenti »

  1. Scusate se mi intrometto: io non direi che esiste un prima e un dopo e due diverse nature di interventi sul corpo umano(cioè prima il medico che compie un intervento con materiale non-organico, ma funzionale alla fisiologia umana e dopo l’intervento che assolve una funzionalità legata al gusto, giustificato ideologicamente dal primo). Esiste una produzione di interventi nella storia della cura del corpo che è tecnica, vederli diversi è, per così dire, solo distinguere il diverso grado di capacità storicamente determinatasi con l’impiego di tecnologie. Che differenza concettualmente c’è fra una parrucca che simula i capelli (sono esterni mica si possono mettere dentro) e il silicone che rigonfia da dentro l’alveo mammellare? Ma la parrucca è nata prima del peace-maker e forse la sì usava cronologicamente nè prima e nè dopo le protesi di legno per gli arti inferiori. E quale è il confine fra arte medica e arte della trasformazione del corpo per essere vicina al conone di bello, all’idea di bello maschile o femminile. Per esempio il dente d’oro che sostituiva il molare, come lo classifichiamo? E’ intervento medico (ottimizza la funzione masticatoria), ma anche legato al bello umano. Sono espressioni di una tecnica che era sollecitata dalla stessa idea: corpo funzionale in un corpo bello. Anzi, direi forse il contrario: la medicina è poietica, è tecnica, è gerarchicamente inferiore (chirurgo è colui che lavora con la mano)rispetto alla praxis, l’arte di trasformare se stessi dentro e fuori, cioè nel contesto in cui si vive. Storicamente quindi, forse, l’idea di trasformare il proprio corpo per trasformare la propria funzione e collocazione sociale si è poi estesa all’arte (tecnica) medica. E ne ha messo in comune tecniche diverse. La magia, ad esempio, che attraverso un oggetto ci rende più belli o migliori o più efficienti, è di fatto una tecnica (a prescindere dal fatto che funzioni). Attraverso la pratica magica, che è una tecnica (come attraverso la tecnica medica che ha i suoi strumenti) si ottengono quei risultati che con le mani e con il nostro corpo non possiamo ottenere.

    Commento di Bruno Bartolozzi — agosto 30, 2011 @ 9:39 pm | Replica

    • Ciao Bruno :)
      Mi sembra che si possano distinguere due punti. Mi sembra molto acuta la tua osservazione sulla necessità di osservare come, diacronicamente, le varie “istituzioni”, come quella medica, si siano sviluppate, cambiando sia nei fini, sia nella loro propria coscienza di se stesse.
      Per quanto riguarda il problema dello scarto “qualitativo”, sono d’accordo: interventi atti a modificare il proprio corpo sono sempre esistiti (basti pensare alle pratiche tribali). Solo che in passato non mi sembra che questo carattere di “organicizzazione” fosse così marcato. Forse un elemento interessante in questo senso viene anche dai tuoi esempi: essi riguardano infatti le parti più “inorganiche” del corpo, come i denti e i capelli.

      Comunque, si può limitare la timeline e limitarsi all’osservazione del trend storico nell’ultimo secolo in Occidente. La mia idea è che atti come quella della protesi a fini estetici richieda una codifica simbolica che renda accettabile questa introiezione e che, si, una concausa possa essere lo sviluppo della chirurgia.
      Questo naturalmente si riallaccia al discorso più generale di come la moderna tecnica porti ad una dissoluzione delle dicotomie interno-esterno, naturale-artificiale, in un’ottica di virtualità, di commistione che, se anche in passato presente, è ormai molto più forte.

      Commento di iebitas — agosto 31, 2011 @ 11:08 am | Replica

      • Io credo che chirurgia e cura del corpo abbiano funzionato da traino l’un l’altra e si siano intrecciate nel corso della loro storia. Come giustamente osservi hanno cambiato la loro autocoscienza dottrinaria, ma aggiungerei con il trasformarsi delle capacià produttive cui queste “arti” riferivano (cambiare parti inorganiche o renderle praticamente tali con le protesi è solo il primo gradino). E’ vero che oggi nessuna donna accetterebbe un’inserimento di silicone se non fosse “rassicurata” dal fatto che questo avviene senza problemi per funzionalità ben più importanti che un bel decoltè. La tecnologia, per come la vedo io, è la condizione necessaria per questa “nuova codifica”. Ma non sufficiente: per esserlo deve scattare anche l’utilizzo di questa tecnologia in un meccanismo produttivo consolidato che permette alle signore di offrirsi all’esperienza chirurgica come fosse (concettualmente) una messa in piega (anche lì ci sono i rischi che i capelli possano venire bruciati o in una tintura che possano reagire chimicamente con la pelle in un modo imprevisto… gli errori particolari fanno parte delle possibilità dei cicli produttivi). Poi verissimo che questo tema si riallacci alle altre grandi questioni con le quali concludevi la riflessione. Insomma la faccenda è attratta da altre questioni più generali.
        Grazie dell’opportunità
        A presto
        Bruno

        Commento di Bruno Bartolozzi — settembre 1, 2011 @ 9:13 pm

  2. Ok, penso che abbiamo individuato il punto. E’ esattamente così, non bastano le disponibilità tecniche, serve qualcosa di più (ricordiamo che nessun atto è mai solamente tecnico, gli atti sono sempre anche atti sociali -Goffman docet-). Il punto è per così dire semantico. L’impiantarsi una protesi di silicone, potrebbe (diciamo in un “mondo possibile”) essere letto come qualcosa di ripugnante: un dover convivere con dentro di sé qualcosa di inanimato, estraneo a noi. Qualcosa che falsa la nostra persona, che ci “plastifica” (come spesso argomentano quanti sono contrari a questi interventi, peraltro).

    Ora, qui ci sono due diversi argomenti, di cui il secondo è la “genealogia” del primo.

    1)Il silicone (fra gli altri materiali, ovviamente) ha subito una “spiritualizzazione”: con la metafora di gusto hegeliano, si intende dire che la possibilità per il corpo umano di introiettare materiale extra-organico, di assimilarlo di “farlo proprio” è SOCIALMENTE (oltre che tecnicamente) accettata

    2)Questo meccanismo, a mio avviso, trova una concausa nello sviluppo della medicina contemporanea, che ha contribuito a diffondere questa immagine del corpo umano come costituito da un insieme di parti, le quali possono essere all’occorrenza sostituibili con surrogati inorganici.

    Commento di iebitas — settembre 2, 2011 @ 9:01 pm | Replica


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